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Il Referendum della giustizia spiegato facile

Domenica 22 e lunedì 23 marzo si vota per il referendum della giustizia sulla riforma della magistratura.

Con un solo quesito, il referendum confermativo dà la possibilità ai cittadini italiani di confermare (si), o respingere (no) la riforma della Giustizia Nordio, che propone cambiamenti significativi sul ruolo e sulla struttura del Consiglio superiore della magistratura (Csm), e richiede la modifica di ben sette articoli della Costituzione.

A differenza del referendum abrogativo, il referendum confermativo non richiede un quorum (50%+1 degli aventi diritto al voto). Il risultato sarà dunque valido a prescindere da quanti elettori andranno alle urne.

Scheda elettorale fac simile
Fac-simile di scheda elettorale con quesito referendario. Fonte: Ministero dell’Interno

La magistratura allo stato attuale

  • Giudici e pubblici ministeri (pm), funzioni distinte: la Costituzione prevede la separazione dei magistrati in due tipologie, i giudici – che pronunciano le sentenze – e i pm – che conducono le indagini e rappresentano l’accusa. Attualmente i magistrati appartenenti a una delle due categorie possono cambiare funzione – da giudice a pubblico ministero o viceversa – una sola volta, entro i primi 9 anni da inizio carriera e con obbligo di cambiare regione. Esistono quindi limiti importanti alla possibilità di cambio carriera e si impedisce la sovrapposizione delle due funzioni. Di fatto è impossibile svolgere entrambe le carriere.

  • Il ruolo del Consiglio superiore della magistratura (Csm): è l’organo che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e vigila sull’operato di tutti i magistrati – sia giudici che pubblici ministeri. Giudica infrazioni disciplinari e può applicare sanzioni in caso di violazione dei doveri professionali che vanno dall’ammonimento alla rimozione, la sospensione o il trasferimento d’ufficio. Negli ultimi 15 anni infatti la sezione disciplinare del Csm ha all’attivo ben 1.399 processi e 644 condanne.

  • La composizione del Csm: il Consiglio, presieduto dal Presidente della repubblica e affiancato da altri due membri (un vice e il procuratore generale della Corte di cassazione) – è attualmente composto da 30 membri, dei quali 20 sono magistrati eletti (‘i togati’) e 10 – cosiddetti membri ‘laici’- sono esperti giuridici o avvocati eletti dal parlamento in seduta comune.

  • Ma quanto costa il Csm? Secondo il bilancio del 2022 il costo del Csm è di circa 45 milioni di euro, cresciuto rispetto al 2021 del 12 per cento (39,8 milioni, fonte Panorama), in aumento nel 2023, nonostante la riforma Cartabia avesse stabilito un tetto a 240mila euro degli stipendi (fonte Sole24). Nel 2025 il costo è stato di 46 milioni, con la voce stipendi e assegni al personale che assorbono da soli 28 milioni.


Se vince il Sì al referendum della giustizia

  • Separazione” delle carriere: i magistrati si vedrebbero togliere la possibilità di cambiare funzione – da giudice a pubblico ministero o viceversa – e dovrebbero decidere all’inizio della loro carriera se essere giudici o magistrati.

  • Sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm): il Csm verrebbe sostituito da due organi, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. I due organi, ai quali sarebbero tolti i poteri disciplinari, si occuperebbero separatamente di assunzioni, assegnazioni, trasferimenti e valutazioni per le rispettive carriere, senza poter però esercitare alcuna sanzione.

  • Introduzione del sorteggio: i membri dei due Csm non sarebbero più eletti ma estratti a sorte da elenchi predisposti dal Parlamento e dalle magistrature.

  • Creazione di un “vigilante” esterno: il potere disciplinare, quindi anche la possibilità di sanzionare i giudici, verrebbe concentrato nel solo organo dell’Alta Corte disciplinare, composto da 15 membri (metà rispetto all’attuale Csm) selezionati tramite nomine e sorteggio.

  • Aumento dei costi della magistratura: secondo una stima prudente i costi sarebbero quasi triplicati rispetto a quelli già sostenuti per il mantenimento dell’attuale Csm.


In sintesi

La riforma non riguarda questioni concrete della giustizia come la durata dei processi, l’inefficienza amministrativa, l’inadeguatezza dei sistemi informatici o gli errori giudiziari ma si concentra principalmente sulla separazione delle carriere dei giudici, di fatto già esistente, e interviene pesantemente sul ruolo del Csm, privandolo del potere disciplinare, e la nomina dei suoi membri. Dal punto di vista finanziario, la riforma comporta un notevole aumento dei costi della giustizia stimati da 50 a oltre 100 milioni di euro l’anno solo per lo sdoppiamento del Csm.

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