Dopo il referendum che ha respinto la riforma della giustizia, facciamo il punto sul voto e le conseguenze politiche. Ecco i dati con qualche infografica:
Partecipazione record
Per il No i voti sono stati circa 14,5 milioni, pari al 53,7 per cento contro i 12,5 milioni, ovvero il 46,3 per cento, ben 2 milioni in più. Contrariamente alle previsioni, l’affluenza alle urne è stata molto più alta rispetto al trend dei precedenti referendum costituzionali più recenti (dal 2001 in poi).

Chi ha votato
Il No ha vinto in tutte le regioni, eccetto Lombardia, Veneto e Friuli Venezia-Giulia. I giovani sono stati decisivi per la vittoria – così come una più debole partecipazione al voto dell’elettore del centrodestra ha fatto la differenza – secondo i sondaggi Radar Swg.

Infatti tra i sostenitori del centrodestra in tanti non sono andati a votare o hanno votato per il No.

Il sostegno per il No è stato più compatto nell’elettorato dell’Alleanza verdi e sinistra (Avs), con l’86 per cento a favore rispetto al 75 per cento del Partito democratico e al 67 per cento del M5s.
Tuttavia, il voto dall’estero ha rivelato un risultato controcorrente. Su poco più di 1 milione e mezzo di votanti in tutto il mondo, il Si ha vinto col 56,3 per cento contro il No al 43,7 per cento. Tra i diversi continenti ha pesato molto il Sudamerica dove il voto è stato quasi plebiscitario per il Si, in particolare in Argentina e Brasile, ma anche in Colombia e Venezuela, con percentuali sopra il 70.
Chi vince e chi perde
Chi ha staccato tutti nella lunga rincorsa sono stati i cittadini, la società civile, a prescindere dall’orientamento politico. Nel complesso è stato un voto a difesa della Costituzione, alla quale sarebbero stati modificati ben 7 articoli, nel caso di vittoria del Sì.
Politicamente sconfitti, in primis, la premier Giorgia Meloni, protagonista di una campagna elettorale dai toni accesi, il suo governo e i partiti della coalizione di centrodestra – FdI, Forza Italia e Lega – che hanno visto tutti una percentuale significativa di “defezione” interna. Secondo l’indagine di Swg, infatti, il 32 per cento degli elettori di Forza Italia (FI) si è astenuto mentre l’8 per cento ha votato contro, astenuto anche il 37 per cento della Lega con il 6 per cento che si espresso per il No. Un po più bassa la percentuale di Fratelli d’Italia (FdI): il 24 per cento di astenuti e l’8 per cento schierato per il No.
Sconfitte anche le “opposizioni per il Sì” di Renzi e Calenda, il cui elettorato ha votato in gran parte in direzione contraria alle indicazioni dei rispettivi leader o si è astenuto.
Tra i vincitori i partiti del “campo largo” – Pd, M5s e Avs – dove l’astensione è stata generalmente più bassa e l’elettorato ha votato in maniera più compatta. Una vittoria che ha generato, forse sull’onda dell’entusiasmo, un precoce discorso sulle primarie di coalizione, sebbene non sia ancora chiaro né chi saranno i partecipanti né se ci sarà una programma comune concordato o primarie “di investitura”, come avvenuto in passato.
Resa dei conti nel governo Meloni
Ma davvero inattesi sono stati gli effetti sul governo: una serie di dimissioni pressoché maturate in tempi stretti tra le file di Fratelli d’Italia e Forza Italia. Le prime sono arrivate dal sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro – già condannato per rivelazione di segreto d’ufficio (in primo grado per il caso Cospito) e recentemente al centro di un’indagine per aver posseduto quote di un ristorante insieme alla figlia di una persona condannata in via definitiva per reati di mafia.
A seguire, quelle della capo gabinetto dello stesso ministero, Giusi Bartolozzi – indagata dalla procura di Roma con l’accusa di falsa testimonianza per l’inchiesta del rilascio del generale libico Almasri, accusato di torture, arrestato in Italia e poi rimpatriato con un aereo di stato.
Due giorni dopo, cedendo alle pressioni della stessa Presidente del Consiglio, si è dimessa anche la ministra per il turismo Daniela Santanché, al centro di vicende giudiziarie dal 2022, sotto indagine per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio e in attesa di sapere se andrà o meno a processo per la truffa all’Inps sui contributi ai propri dipendenti durante l’emergenza Covid.
Infine ha rassegnato le proprie dimissioni da capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, storico dirigente di Forza Italia.
